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Giorgia von Niederhäusern

Editor, journalist, blogger

Switzerland

Giorgia von Niederhäusern

is a Swiss Italian-speaking journalist. She works at "Cooperazione" (Basel) as an editor and journalist and collaborates with "Corriere del Ticino".

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Droga, «Abbiamo perso la guerra»

Secondo lo psichiatra Thilo Beck servono nuovi metodi per combattere le dipendenze. A Zurigo si progetta una mostra per sensibilizzare sui danni provocati dagli stupefacenti.
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Daniele Ganser: «Non sarò mai professore»

Il controverso storico di origini ticinesi è tra gli studiosi più seguiti e criticati.
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Ivano Somaini - L'infiltrato buono

Legalmente criminale - Il 31enne sa come arrivare là dove è vietato l'accesso. È uno dei primi specialisti d'ingegneria soaicle in Svizzera.
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La preghiera in discoteca

Una nuova Chiesa evangelica libera di Zurigo porta al culto birra e musica elettronica per avvicinare i giovani a Dio ZURIGO - Sono le 17.30 del giorno del Signore a Zurigo-Örlikon: come ogni domenica, una settantina di giovani adulti si riuniscono nella sala per eventi «Chicago 1928». Stanno andando all'ultima festa del fine settimana? Non esattamente. Stanno andando al culto. Solo che non lo chiamano con questo termine: quelli a cui loro vanno sono gli «experience» («esperienze»). È Metropolis The Club Church (la «Chiesa discoteca») che li organizza, una Chiesa evangelica libera nata il 26 ottobre 2014 dal pastore Tim Lindsay (ex rapper da sempre impegnato in comunità evangeliche), sua moglie Rebecca e Claude Hunkeler (che nella sua vita professionale ha basato la sua carriera sull'organizzazione di feste e che, ci racconta, «cinque anni fa ho incontrato Gesù»). Metropolis (il nome è stato scelto per rappresentare una comunità cristiana da grande centro urbano) ha come scopo quello di far avvicinare soprattutto i giovani a Dio nell'ambiente in cui questi si sentono più a casa: le discoteche. Un mix di «cultura dell'aperitivo» in un ambiente festaiolo e cittadino, ma che vuole proporre temi spirituali, il tutto basandosi sulla lettura e la discussione della Bibbia. «Abbiamo fondato questa Chiesa per offrire un'alternativa a quelli come noi, gente giovane che crede in Dio, ma che nelle Chiese tradizionali non trova quello che cerca», spiega Lindsay. Ovvero anche divertimento e, perché no, un bicchiere di prosecco e due salti in pista. Un fenomeno in espansione Che una Chiesa tanto alternativa sia apprezzata non deve stupire. Secondo uno studio pubblicato dalla «Schweiz am Sonntag» nel novembre scorso, in Svizzera i membri delle Chiese evangeliche libere (ne esistono una quindicina) sono fortemente aumentati: dai 37.000 registrati nel 1970 si è passati oggi a 250.000 frequentatori. Siamo andati ad osservare uno di questi nuovi culti proposti da Metropolis per meglio capire come viene celebrata la fede cristiana. Fuori dall'edificio torce accese illuminano la strada che porta all'entrata della sala che ogni domenica viene adibita per l'evento. All'interno, candele bianche illuminano l'ambiente, DJ J. Temple (che solitamente è chiamato a «mixare» in diverse discoteche famose della città, come il Mascotte o l'Hiltl) intrattiene i presenti durante quello che qui viene chiamato il «warm up» (il riscaldamento) a ritmo di hip hop, bariste riempiono i bicchieri degli ospiti (l'età media è tra i 20 e i 30, anche se qualche genitore è in compagnia dei propri bambini) con caffè o birra e offrono loro chips (l'offerta è libera), mentre qualcuno inizia già a dondolare sul posto o a tamburellare le punte delle dita sul bancone a ritmo di musica. Un'atmosfera spensierata, da bar, nulla o poco qui ricorda una chiesa. Il culto inizia. Quattro cantanti salgono sul palco in fondo alla sala, davanti ai posti a sedere per i partecipanti, che si alzano e cantano insieme. Le parole delle canzoni parlano di Gesù e di Dio, ma vengono cantate su una base che varia dalla deep house all'electro o all'hip hop, quella tipica delle melodie ballate in discoteca. Ed ecco comparire sulla scena il pastore. Tim Lindsay si presenta in jeans e camicia a quadri, scarpe da ginnastica e pettinatura giovanile. Nel suo «power talk» («discorso potente», così viene chiamata qui la predica settimanale) cita passaggi da Luca 18 e 19 per chiedere a se stesso e ai presenti di prendersi meno sul serio e seguire Dio per riuscire a vivere al meglio il nuovo anno. «È mega cool» ripete più volte, mentre fa passare le «slides» della sua presentazione PowerPoint proiettata sul muro alle sue spalle. Si canta, si battono le mani, ci si «dà il cinque», si ascolta, si ride, si prega, si fanno i buoni propositi della settimana, si accendono candeline e alla fine del culto ci si ritrova dove si è cominciato: il bancone del bar. Parte la musica a tutto volume e la gente resta a «berne ancora una», a fare una chiacchiera, a ballare, tutto come si farebbe in una normalissima serata di festa. D'altronde, è il giorno del Signore e va festeggiato per bene.
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Credenze - Rituali, erbe e tarocchi: ecco il mondo wiccan

Gli aderenti a questa corrente esoterica sono spesso nascosti - Una di loro ha aperto un museo e ci parla della sua grande passione Una di loro potrebbe essere la vostra vicina di casa, la vecchina davanti a voi in fila alla cassa o la signora vista a raccogliere bacche nel bosco. Stiamo parlando di streghe.Maesistono ancora le streghe? Sono davveromai esistite?E chi sono? La razionalità scientifica chiuderebbe il discorso con un’alzata di spalle: chi vuole crederci ci creda, la scienza è un’altra cosa. Secondo gli aderenti alla wicca, religione neopagana cresciuta soprattutto a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, invece, le streghesonopersone cometuttinoi, talvolta con qualche talento in più (come poter parlare con gli spiriti), ma che hannostudiatoe fattoproprio«unsapereantico», ereditatodi generazionein generazione all’interno di una famiglia o di maestro in allievo. Gli aderenti alla wicca sono presenti anche in Svizzera e in Ticino. Davide Marrè, alias Cronos, presidente del Circolo dei Trivi, associazione wiccan con sede a Milano, ci confermache diversepersone dalla Svizzera italiana (citate dal signor Marrè sono Chiasso, Lugano e Bellinzona) si sono già interessate alle attività dell’organizzazione. Una di queste streghe moderne ci ha concesso di farle visita in Argovia.Qualemigliore occasioneperporgere tutte quelledomande che uno avrebbe sempre voluto fare, fin da bambino, ad una vera strega? (...)
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Ombre sulle tesi di laurea

Del mercato dei lavori accademici comprati se ne parla poco, ma tra gli studenti svizzeri è di moda. LUGANO - Lavoro di maturità, di seminario, tesi di master o di dottorato: che la consegna di testi accademici metta sotto pressione gli studenti è cosa ovvia e nota. Lo è anche il fatto che certi studenti, chi per ragioni di insicurezza, chi per pigrizia bella e buona, si fa "dare una mano" da terzi pagandoli per scrivere il compito a loro assegnato. Un modo per altri studenti di guadagnarsi qualche soldo "sotto banco", come ci conferma M.R. (nome noto alla redazione, ndr.), che come scrittore fantasma di tesi ("ghostwriter") altrui qua e là si è guadagnato i suoi 1.000 franchi a lavoro. Ovviamente in nero e segretamente. Che il mercato delle tesi accademiche "pronte all'uso" stia vivendo un boom ce lo conferma Thomas Nemet, CEO di Acad International Research AG, ditta che offre in Svizzera un servizio di ghostwriting e specializzata proprio in testi accademici. "Ma come? Hanno anche un sito ufficiale con tanto di recapito? Ma non hanno problemi con la legge?", chiede allibito M.R. davanti alla pagina internet dell'azienda. "Assolutamente no" è la risposta di Thomas Nemet. Dal 2004 fino ad oggi la sua agenzia (presente in almeno 6 paesi tra l'Europa e gli Stati Uniti) ha venduto 8.600 tesi in lingua tedesca, inglese, francese ed italiana fatturando fino a 10.000 franchi a incarico. Tra i clienti vi è stato anche qualcuno dalla Svizzera italiana. Una realtà che non piace agli atenei svizzeri e che viene giudicata alla stessa stregua del plagio. Solo che rispetto a quest'ultimo, ci dice Robin Creti, portavoce dell'Università della Svizzera italiana, contro il quale esistono validi supporti tecnici –tale 'Turn-it-in', software capace di rilevare testi copiati- quello del ghostwriting è un caso ben più diffice da comprovare. L'arma di cui può servirsi un professore in dubbio è "la conoscenza del tesista, l'esperienza reale che ha di lui e il confronto dell'impressione nei colloqui o su altri precedenti testi dello studente con il lavoro scritto consegnato" spiega Creti, il quale aggiunge che comunque, anche in caso di sospetto deve valere il principio 'in dubio pro reo'. Per evitare casi di plagio o ghostwriting le università si avvalgono di documenti che attestano l'integrità accademica dei propri studenti. All'USI, ad esempio, questi devono firmare una "dichiarazione anti-plagio"e superare un test online che comprovi l'eticità dei propri comportamenti prima di potersi iscrivere agli esami. Nel caso in cui uno studente venga pizzicato, le sanzioni previste dai regolamenti delle facoltà vanno dalla bocciatura della tesi fino all'espulsione. Cosa che non tocca minimamente Thomas Nemet. "Non diventa complice degli studenti che infrangono le leggi degli atenei e si prendono meriti (e soprattutto diplomi e titoli) irregolarmente?" gli abbiamo chiesto. La risposta: "Quello che fanno i clienti con le tesi che comprano rimane responsabilità loro". La sua ditta, ci dice, non ha mai avuto problemi legali. Inoltre, non ha mai sentito che un suo cliente sia stato "beccato" dalla scuola o facoltà frequentata. A proteggere legalmente la sua azienda vi sarebbe una clausola nelle condizioni generali contrattuali a cui ogni cliente deve sottostare, in cui viene indicato che non è ammesso "presentare i testi forniti come propri lavori d'esame" e che è responsabilità del cliente fare in modo che il lavoro consegnato "si differisca da quello comprato" in modo tale da non poter risultare illegale. Insomma, una bella "lavata di mani". Ma la legge prevede delle sanzioni? L'avvocato Claudio Luraschi, dello studio legale Respini Jelmini Beretta Piccoli & Fornara di Lugano, parla di casi limite. "Dal punto di vista del diritto penale si tratta di una zona grigia in quanto non vi è ancora nessuna sentenza del Tribunale federale che indichi se i casi di ghostwriting in ambito accademico siano sanzionabili. Secondo l'opinione giuridica oggi più diffusa, l'autore di un documento ai sensi del Codice penale, quale è considerata una tesi, non è chi l'ha effettivamente creato, bensì colui che legalmente vale come realizzatore dello stesso. Lo studente che dà mandato a uno scrittore ombra di realizzare una tesi e poi la fa propria sottoscrivendola sembrerebbe quindi non commettere nessun illecito penalmente rilevante. D'altra parte, visto che le sanzioni previste dalla legge per i reati legati ai documenti sono finalizzati a proteggere la fiducia che il cittadino può avere in un documento quale mezzo che provi una circostanza giuridicamente importante, come il fatto che uno studente abbia effettivamente realizzato lui stesso la propria tesi, non è escluso che un Tribunale in futuro possa giudicare come una falsità in documenti l'atto di far scrivere la tesi a un ghostwriter e consegnarla come propria. In tale evenienza, l'agenzia di ghostwriting potrebbe essere ritenuta complice del reato, visto che è ben cosciente del fatto che chi la incarica di allestire una tesi in seguito la spaccerà come propria, ingannando l'ateneo". In breve: un bel grattacapo che nessuno ancora, almeno a livello penale, ha potuto chiarire, forse proprio per la rarità in cui casi di questo tipo vengono scoperti. Di sicuro c'è solo che, ricordando i vari casi di Copygate degli ultimi anni in cui varie personalità politiche (leggi Karl-Theodor Guttenberg o Annette Schavan, per citarne alcune) hanno dovuto dare le dimissioni per aver copiato le loro tesi di dottorato, abusare del "copia e incolla" continua a non essere la decisione più saggia. Se non si viene pizzicati dal professore di turno, non è detto che non possa succedere più tardi, a carriera già inoltrata, con conseguenze ben più gravi di una bocciatura.
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Se i musulmani moderati fanno sentire la propria voce

Cronaca dell'incontro internazionale della comunità pacifista Ahmadiyya tenutosi a Londra LONDRA - Islam: se ne parla tanto, e soprattutto male. Non che ci sia da stupirsene. Le notizie che ci giungono dal Medio Oriente di guerrieri esaltati che compiono atti disumani nel nome della loro religione non possono che fare paura. La regolarità con cui tali notizie arrivano alle nostre latitudini fanno pensare ad una epidemia pronta ad espandersi e quindi potenzialmente pericolosa anche per la Svizzera. La paura dell'islamismo radicale c'è. Eccome. E nel nostro Paese sembra essere fondata, visti i casi riportati negli ultimi mesi di jihadisti partiti dalla Svizzera (a giugno Berna parlava di una quarantina di persone, il doppio rispetto al 2013) soprattutto per andare a combattere a fianco dell'ISIS in Siria. In Occidente, Svizzera inclusa, la paura dei musulmani integralisti si è dunque tramutata in un'angoscia generalizzata nei confronti dell'Islam. Il risultato è una vera caccia alle streghe: una barba incolta, un velo sul capo di una donna, una frase detta in arabo per strada diventano segnali di possibile pericolo per l'occidentale in quanto dietro ad essi si può nascondere un terrorista pronto a sgozzare giornalisti su YouTube. A causa della sua natura eterogenea, conoscere a fondo l'Islam è tutt'altro che semplice. I diversi modi di vivere «l'abbandono di sé alla volontà divina» (questa la traduzione del termine «Islam» in italiano) sono tanti quanti gli individui che lo scelgono. Viaggio in Inghilterra Un giorno prima dell'annuncio del primo ministro David Cameron riguardo l'intensificazione dei controlli per sradicare la corrente jihadista in Gran Bretagna e della maggiore esposizione del Regno Unito ad attacchi terroristici, il CdT è volato in Inghilterra accettando l'invito da parte del nucleo svizzero della comunità musulmana più in espansione al mondo, quella degli Ahmadi, a partecipare alla 48.Jalsa Salana, incontro religioso annuale internazionale nell'ambito del quale i fedeli di tutto il globo possono mettersi in contatto con gli esponenti massimi della propria comunità, incluso il loro leader spirituale, il quinto califfo Hazrat Mirza Masroor, in esilio a Londra. Parliamo della paura dell’Islam nel mondo occidentale e quindi anche in Svizzera… Nabeel Ahmed, imam della comunità Ahmadi turgoviese: «Indubbiamente c’è. Ci dispiace però quando viene fatto di ogni erba un fascio. Bisogna prima di tutto capire che una cosa è l’Islam, che per il nostro modo di viverlo non è aggressivo ma pacifista, e un’altra cosa sono i musulmani, ognuno con la propria interpretazione religiosa. Per questo l’Islam ha così tante frazioni interne. Alcuni compiono atti criminali nel nome della religione, ma è una scusa per accaparrarsi potere a livello politico ed economico. Imullah infuocano la folla analfabeta più facile da convincere, trasformando alcuni in assassini nel nome di Allah. Dio non è questo, i mullah leggono solo quei passaggi del Corano che fa più comodo a loro tralasciandone il contesto. Il profeta Maometto, nella nostra interpretazione delle sacre scritture, predicava amore e ammoniva la violenza. Parlava di una “jihad” (la cui traduzione è “esercizio del massimo sforzo”, n.d.r.) che non è quella fatta con la spada. Noi crediamo che la vera “jihad” sia quella interiore, lo sforzo di essere fondamentalmente delle brave persone. Il nostro Dio ci ha mandato un messaggio d’amore. L’“abbandono di sé alla volontà divina” è proprio l’esercizio della tolleranza per tutti. L’Islam, nel suo vero e originale significato, vuol dire “pace”». Il silenzio della maggioranza Dando uno sguardo alle statistiche, i membri dell’ISIS (per citare uno dei gruppi più potenti momentaneamente), secondo l’ultima stima della CIA, sono tra i 20 e i 31 mila. Il censimento fatto in Inghilterra e Galles nel 2011 parla di 2,7 milioni di persone appartenenti alla comunità islamica. L’Ufficio federale di statistica ci dice che nel 2012 sono stati registrati 326.454 musulmani in territorio elvetico. Se pensiamo ai 40 casi svizzeri e i 500 britannici (citati in agosto dal «Daily Mirror») del 2014 in cui persone sono partite per andare acombattere in gruppi terroristici, rimane ad ogni modo chiaro che la stragrande maggioranza non dovrebbe avere a che fare con l’islamismo radicale. Lo stesso imam e capo del Centro educativo musulmano di Oxford, Taj Hargey, ha lanciato sul «Daily Mirror» un appello agli islamici moderati inglesi, chiedendo loro di condannare in modo più evidente chi uccide in nome dell’Islam, di scendere per la strada e protestare come quando l’hanno fatto in 200.000 contro Israele ad inizio agosto. Effettivamente, dove è il messaggio dei moderati? Cosa fate voi per contrastare questo nemico? AbdulAmierHashom,musulmanosciita di origini irachene, rappresentante della fondazione Al-Hakim (organizzazione che si occupa di promuovere dialogo intellettuale, religioso e culturale e che è collaboratrice ufficiale dell’ONU): «Il problemadeimilioni dimusulmanimoderati nel mondoè che non vanno d’accordo tra di loro per ragioni legate al loro modo di vivere la religione. Questo impedisce loro di creare una forza unita. C’è solo da sperare che la gente si accorga che gli integralisti non portano a nulla di buono e che la smetta di conceder loro potere». Wasay Bhatti, portavoce della moschea Mahmud e membro della comunità Ahmadiyya svizzera: «A Zurigo abbiamo lanciato due campagne. L’ultima, con dei cartelloni a marzo di quest’anno, costati 20.000 franchi e sponsorizzati dalla comunità, che sono stati esposti in tutta la città con il nostro motto: “Amore per tutti, odio per nessuno”. Lo scopo era proprio quello di lanciare un messaggio positivo alla popolazione elvetica e sconfiggere l’idea che l’Islam sia sinonimo di odio e intolleranza. Lo scorso novembre abbiamo anche avvolto il nostro minareto in una bandiera della pace». In effetti siete una delle poche, e dopo la votazione del 29 novembre 2009 anche uniche moschee, in Svizzera, ad avere un minareto. Cosa ha cambiato per voi da allora? NabeelAhmed: «Il nostro minareto è stato inaugurato nel 1963, in presenza della Città di Zurigo e con un vincitore del Nobel nonché membro dell’ONU come ospite, parecchio prima degli attachi dell’undici settembre e dellapaura della gente. Ci fa male che sia vietato segnalare le nostre moschee da lontano – cosa che fanno giustamente anche le chiese cristiane – per far riconoscere ai nostri fedeli i loro luoghi di preghiera. Per noi la votazione va a colpire la libertà di religione che teoricamente vige in Svizzera». Il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi a luglio ha dichiarato di voler concretizzare il divieto di burqa plebiscitato dal popolo ticinese il 22 settembre 2013, inmododa farlo entrare in vigore per il2015… Wasay Bhatti: «Abbiamo discusso parecchio del risultato della votazione ticinese. Secondo la nostra filosofia nessun è obbligatoaportare il velo, tantomenoquello integrale. Ma dire a qualcuno che non può indossare qualcosa è intervenire illecitamente nelle scelte private diunindividuo». Abdul Amier Hashom: «Sono musulmano e contrario al burqa, soprattutto se fatto portare alle bambine. Dal momento che non è imposto, penso che gli adulti possanoportare ciò chemeglio credono». Elodie Tranchez, lei è francese, non appartenente ad una comunitàmusulmana, e docente di diritti umani alla Webster University di Ginevra. Cosa è successo in Francia dopo il divieto del burqa? Parlando di diritti umani, la votazione va a scapito o a favore di essi? «È una domanda davvero complessa. Da un punto di vista giuridico non posso che concordare con la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera al divieto in Francia. È la nostra massima istituzione nel campo dei diritti umani e va rispettata in quanto tale. A dire il vero di questa legge tanto discussa non si vedono poi molti risultati in Francia: si ha l’impressione che le musulmane continuino a portarlo e le autorità non danno l’impressione di dare multe a tutte le donne con il velo integrale che girano nel Paese. Detto questo, compito del diritto ad ogni modo è regolarizzare la società secondo i suoi valori. In questo caso c’è un grosso conflitto di valore ed è la maggioranza a vincere». In generale, si discute molto sul ruolo della donna nell’Islam e della misoginia che caratterizza la cultura musulmana… Basheer-ul-Haq Khan, addetto stampa per il Governo inglese e membro della comunità Ahmadiyya: «Nella nostra religione la donna è spinta ad avere un’educazione e ha diritto a lavorare e a disporre del denaro che guadagna come preferisce. È l’uomo che ha l’obbligo di portare un salario a casa e di metterlo a disposizione della donna. Maometto stesso era sposato con una donna d’affari che era anche il suo datore di lavoro». E come la mettiamo con la poligamia? Nabeel Ahmed: «Nella nostra comunità in Svizzera c’è solo un uomo che ha due donne.Una vive inunaltro Paese, e non si sa se sia davvero sposato ad entrambe. Il profetaMaometto ha dato la possibilità di sposare 4 mogli per aiutare le anziane, le disabili e le vedove a trovare una famiglia. Se si avessero più mogli bisognerebbe saper dare a tutte le stesse attenzioni. Una moglie per la maggior parte di noi è già abbastanza (ride, ndr.)». In generale le leggi svizzere per la vostra comunità vanno poste al di sopra della sharia? Nabeel Ahmed: «Sì, certo. Bisogna adeguarsi alle leggi del Paese ospitante rispettandole». Recenti studi hanno segnalato quanto la figura dell’imamsi è rivelata essere centrale per l’integrazione dei musulmannella società. L’Università di Friburgoha intenzione di accogliere un «Centro svizzero per l’Islam e la società» per creareuna rete di contatto tra le associazioni, gli imam, gli assistenti sociali, i professori e lo Stato. Ci andrà lei, imam Amhed? Nabeel Ahmed: «Non ci andrò ma ne ho sentito parlare. Nella nostra comunità in Svizzera facciamo a grandi linee la stessa cosa. La nostra porta è aperta a tutti quelli che vogliono dialogare con noi». Avete mai avuto problemi con altre comunità islamiche in Svizzera? Nabeel Ahmed: «Come musulmani riformati non siamo sempre ben visti dagli altri gruppi. A Zurigo,adesempio, il sindaco Corinne Mauch invita regolarmente tutti gli imam della città per degli incontri. È già successo che altri imam si siano lamentati della nostra presenza». Quest’ultima risposta conferma di fatto come la comunità musulmana moderata non sia unita nemmeno nel nostro Paese, il che non aiuta a mettere le basi per un’unione che potrebbe almeno tentare di combattere il radicalismo. D’altro canto appare chiaro che non tutti i musulmani vivono inuna cultura violenta. Tant’è vero che poco tempo fa il presidente della Federazione delle organizzazioni islamiche svizzere (FOIS), Hisham Maizar, ha dichiarato di condannare tutti gli atti terroristici distanziandosene inequivocabilmente, «poiché – anche lui afferma – non coincidono con i dettami dell’Islam». Gli Ahmadi sono attivi anche a livello diplomatico: i leader dellacomunità nei vari Paesi cercano contatto con le potenze mondiali. Lo stesso califfo scrive regolarmente lettere ai capi di Stato per lanciare un messaggio di pace: da Angela Merkel a Mahmoud Ahmadinejad a David Cameron, sono diversi i leader mondiali che sono stati contattati dagli Ahmadi. Sharif Odeh, capo della comunità Ahmadiyya israeliana, che ha incontrato il presidente Obama durante una sua visita in Terra Santa nelmarzo2013, ci dice: «Cerchiamo di cambiare le cose e di farlo tramite un appello alla pace».
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Zurigo, boom di turisti arabi sulla Limmat

L’anno scorso gli ospiti dai Paesi del Golfo erano il doppio rispetto al 2012 e continuano ad aumentare Gli hotel reagiscono con offerte mirate – Il divieto del burqa, ticinese e magari nazionale, desta timori.
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Züri Fäscht, un successo che costa

Domani inizia la più grande festa popolare svizzera – La spesa supera i 7 milioni di franchi. Con nuove misure di sicurezza si vogliono evitare le scene di panico della scorsa edizione.
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La regina sboccata del pop trionfa a Zurigo

Adele riempie l’Hallenstadion con i suoi successi, autoironia e una voce da brivido
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In gara contro paralisi e amputazioni

Il Politecnico organizzerà in ottobre la prima competizione dedicata agli sviluppi della scienza contro la disabilità. Portatori di handicap provenienti da tutto il mondo si sfideranno con l’aiuto di dispositivi dell’ultima generazione.
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Se Barbie vuole essere «normale»

«Adesso è una di noi» hanno esultato vari media al lancio delle tre nuove corporature più «umane» della famosa bambola. La parola passa a Ken.
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About

Giorgia von Niederhäusern

WRITING and JOURNALISM EXPERIENCES

Since 2015: Editor/journalist at "Cooperazione". Regular collaborations with "Corriere del Ticino". End of the apprenticeship.

2014-2015: Editor/journalist at "Corriere del Ticino", online editorial office (www.cdt.ch) and printed paper. Start of the apprenticeship in journalism.

2012-2014: Blogger and writer for different Swiss
and international online magazines and blogs:

-"LiberaTV" (www.liberatv.ch)
-"MyGloss" (www.mygloss.ch)
-"Eco Fashion World" (www.ecofashionworld.com)
-"Hey Claude!" (heyclaude.ch)

2009-2015: Launch and management
of "GvN Styleblog" (www.gvn-styleblog.blogspot.com)

SOCIAL MEDIA EXPERIENCES

2015-: Cooperazione
https://twitter.com/cooperazioneCH
https://www.facebook.com/cooperazione.su.fbk

2012-2014: Sal y Limon
(https://www.facebook.com/SYL.Sal.y.Limon)

Since 2009: GvN Styleblog
(www.facebook.com/pages/GVN-Styleblog)

STUDIES

2011: Master of Arts, English and Italian Literature and Linguistics, University of Zurich, Switzerland.

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Skills

  • «A good radio voice» (quote)
  • positive thinking :)
  • journalism
  • editing
  • blogging
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  • German
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